Ci sono movimenti dell’Aussie ai quali, dopo un po’, finiamo quasi per non fare più caso. Corre, cambia direzione in un attimo, si gira su se stesso, accelera e frena con una facilità che diventa parte della normalità quotidiana. Poi, ogni tanto, fa qualcosa che ci ricorda che tanto normale, almeno dal nostro punto di vista, non è.
Uno di questi momenti è quando decide di andare verso l’alto.
Non parlo del classico salto con rincorsa, ma di quella capacità abbastanza sorprendente di partire quasi da fermo, raccogliersi per un istante e ritrovarsi molto più in alto di quanto ci si aspetterebbe. Da qui il paragone, poco scientifico ma piuttosto efficace, con un VTOL, uno di quegli aerei capaci di decollare verticalmente.
La prima spiegazione che viene in mente è il posteriore, e in effetti buona parte del lavoro nasce proprio lì. Prima di saltare il cane abbassa il bacino, flette anca, ginocchio e garretto e porta i posteriori maggiormente sotto il corpo; subito dopo distende rapidamente tutto l’insieme e quella posizione raccolta si trasforma in movimento verso l’alto.
L’immagine della molla rende abbastanza bene l’idea, ma ridurre tutto alla forza delle zampe posteriori sarebbe troppo semplice.
L’Aussie non è costruito come un cane pesante con un enorme motore piazzato dietro. È un cane di taglia media, con ossatura moderata, muscoloso senza essere massiccio e, soprattutto, equilibrato. Lo stesso standard di razza insiste su questo aspetto e descrive un cane capace di unire forza e resistenza a una notevole agilità. Anche il posteriore deve essere ben muscoloso, ma senza angolazioni esasperate.
In buona sostanza, più che avere semplicemente tanta forza, l’Aussie sembra particolarmente bravo a utilizzare quella che ha.
Ed è probabilmente questo che rende certi suoi salti così sorprendenti. Riesce a raccogliere il corpo molto velocemente, caricare il posteriore e trasformare quasi subito quella posizione in movimento. Un attimo prima è a terra, quello dopo il problema riguarda già lo spazio aereo sovrastante.
La cosa che mi ha incuriosito di più osservando Nash, però, è un’altra: non salta sempre nello stesso modo.
Se il gioco è relativamente basso, il movimento può essere appena accennato. Basta alzarlo e qualcosa cambia. Il corpo si raccoglie di più, il posteriore scende maggiormente e il decollo diventa molto più deciso. Non sembra quindi utilizzare ogni volta tutta la forza disponibile, ma adattarla a ciò che deve raggiungere.E per fortuna, aggiungerei.
Naturalmente non sta misurando l’altezza in centimetri né consultando una tabella prima di partire, anche se qualche volta viene il dubbio che una piccola calcolatrice da qualche parte debba averla nascosta.
In realtà il meccanismo è molto più naturale. Il cane vede dove si trova l’obiettivo, percepisce la posizione del proprio corpo e mette insieme queste informazioni con quelle accumulate nelle esperienze precedenti. In pratica fa una stima e dosa il movimento necessario.Ed è proprio l’esperienza, secondo me, uno degli aspetti più interessanti.
All’inizio, pur essendo già adulta, ho visto Nash sbagliare diverse volte i suoi “calcoli”. A volte partiva con poca spinta e rimaneva più in basso del previsto, come se avesse sottovalutato l’altezza da raggiungere. Con il tempo questi errori sono diventati sempre meno frequenti e oggi sembra regolare il decollo con una precisione decisamente maggiore.
Calcolatrice alla zampa, evidentemente, i conti sono migliorati.
Del resto anche il movimento si impara. Ogni tentativo lascia qualche informazione in più: quanta forza è servita, dove è arrivato il corpo, come è stato gestito il movimento e come è avvenuto l’atterraggio. Ripetendo l’esperienza, il gesto diventa sempre più preciso e ciò che inizialmente richiedeva qualche aggiustamento finisce per diventare quasi automatico.
Succede anche a noi in moltissime situazioni. Quando prendiamo una palla al volo non calcoliamo coscientemente velocità, distanza e traiettoria; il cervello e il corpo, semplicemente, hanno imparato a farlo insieme senza coinvolgerci troppo nei dettagli.
A questo punto il posteriore rimane fondamentale, ma smette di essere l’unico protagonista. Servono muscoli, una struttura capace di trasmettere bene la forza, equilibrio e soprattutto coordinazione.
Il motore, insomma, da solo non basta. Serve anche un buon sistema di controllo.
E qui torniamo a quello per cui l’Aussie è stato selezionato. Non è nato per saltare verso una pallina tenuta sopra la testa, ma per lavorare muovendosi rapidamente, cambiare direzione, accelerare, fermarsi e adattarsi continuamente a quello che succede intorno a lui. Il salto verticale non è quindi una specializzazione della razza, quanto una delle tante situazioni nelle quali diventano molto visibili caratteristiche fisiche e motorie nate per tutt’altro scopo.
Naturalmente non è una capacità esclusiva dell’Australian Shepherd. Molti cani atletici e ben coordinati sono ottimi saltatori e sanno adattare il movimento all’altezza e alla distanza da raggiungere.
Nell’Aussie, però, certe caratteristiche sembrano incontrarsi particolarmente bene: una massa non eccessiva, un posteriore efficiente, un corpo agile e una grande rapidità nel coordinare il movimento. Il risultato, quando decide di andare verso l’alto, si vede.
C’è poi un particolare che tende a passare in secondo piano, forse perché il decollo è decisamente più spettacolare: prima o poi bisogna anche tornare giù.
E l’atterraggio fa parte del salto tanto quanto la partenza. Muscoli e articolazioni devono assorbire l’energia del corpo che ricade e, proprio per questo, il fatto che un Aussie sia molto bravo a saltare non significa che dobbiamo continuamente invitarlo a dimostrarcelo.
Un conto è il movimento spontaneo di un cane adulto, sano e allenato, un altro è trasformare ogni gioco in una gara di salto in alto. Come spesso accade, poter fare una cosa non significa necessariamente doverla fare in continuazione.
Alla fine il nostro VTOL a quattro zampe è molto meno misterioso di quanto possa sembrare. Il posteriore fornisce buona parte della forza, certamente, ma dietro quel decollo ci sono anche equilibrio, coordinazione, percezione del proprio corpo ed esperienza.
È l’insieme a fare la differenza.
Perciò, quando l’Aussie fissa il gioco, porta i posteriori sotto di sé, abbassa il bacino e assume improvvisamente quell’espressione molto concentrata, forse non sta semplicemente aspettando che lo lanciate. Sta effettuando gli ultimi controlli prima del decollo.
Voi, nel frattempo, cercate di tenere la mano fuori dal suo spazio aereo. Ve lo dice uno che, ormai, ha una certa esperienza.