Un’immagine concettuale che mette in discussione l’idea di una classifica assoluta dell’intelligenza canina. Border Collie, Pastore Australiano e Rough Collie rappresentano i cani da conduzione, mentre elementi grafici richiamano il confronto tra obbedienza, autonomia decisionale e selezione funzionale, temi centrali dell’articolo.
“Cane più intelligente?” Le classifiche semplificano ciò che la selezione funzionale ha reso complesso.

Quando l’intelligenza diventa un metro sbagliato

Questo articolo prende spunto dal Capitolo 3 del libro Teach Your Herding Breed to Be a Great Companion Dog: From Obsessive to Outstanding di Dawn Antoniak-Mitchell, uno dei passaggi più interessanti del volume perché affronta un tema che in cinofilia viene spesso dato per scontato: che cosa intendiamo davvero quando parliamo di intelligenza nei cani da conduzione.

Nel capitolo si parla di selezione, funzione, tratti comportamentali condivisi e capacità cognitive legate all’osservazione, alla valutazione e alla presa di decisione. Viene citato anche Stanley Coren, proprio per ricordare che l’intelligenza canina non è un concetto unico e lineare, e questo punto di partenza è corretto perché prova a spostare il discorso fuori dalle semplici classifiche e dentro la funzione reale dei cani.

Proprio per questo vale la pena fermarsi e andare più a fondo, perché quando si entra nel terreno dell’intelligenza, dei modelli di riferimento e dei criteri con cui giudichiamo i cani, emergono distorsioni che non riguardano solo un autore o un singolo libro, ma un intero modo di raccontare e interpretare i cani da conduzione.


Il Capitolo 3 parte da alcune affermazioni che condivido: l’intelligenza non è una cosa sola, i cani da conduzione condividono tratti comuni, osservazione, valutazione e decisione sono elementi centrali nel loro lavoro, e ridurre tutto all’obbedienza è fuorviante.

Questo passaggio è importante perché tenta di riportare il discorso sulla funzione, cioè sul motivo per cui certe razze sono state selezionate e sul modo in cui usano la mente dentro un compito reale. In questa direzione il libro fa un passo utile, perché invita a non leggere i cani da conduzione soltanto come cani “bravi a eseguire”, ma come soggetti capaci di osservare e intervenire.

Il problema nasce quando ci si chiede in che modo questi concetti vengano mostrati al lettore. Pur affermando che certe caratteristiche si ritrovano nelle razze da conduzione in generale, il libro ricorre quasi sempre allo stesso esempio: il Border Collie.

A livello teorico viene detto che il discorso riguarda le razze da conduzione, ma a livello narrativo l’immagine che resta è soprattutto quella del Border Collie. E questo, nel tempo, produce un effetto preciso: l’esempio ripetuto diventa modello, il modello diventa metro di paragone, e il lettore medio non trattiene più la generalizzazione, ma trattiene l’immagine dominante.

È importante chiarire bene questo punto: il problema non è il Border Collie come cane, né tantomeno il valore straordinario della sua selezione. Il problema è il ruolo culturale che gli abbiamo assegnato, trasformandolo spesso nel modello quasi unico attraverso cui leggere l’intelligenza, la collaborazione e la capacità di lavoro dei cani da conduzione.

È così che, senza che nessuno lo dichiari apertamente, si ricrea una gerarchia implicita in cui il Border Collie diventa sinonimo di intelligenza e gli altri cani da conduzione vengono letti come simili, ma in qualche modo meno evidenti, meno immediati o meno misurabili.


Il richiamo a Stanley Coren è comprensibile, perché i suoi lavori hanno avuto un’enorme influenza nella divulgazione sull’intelligenza canina. Il punto, però, è che proprio qui bisogna essere molto chiari.

Coren distingue tre forme di intelligenza: quella istintiva, legata alle attitudini per cui un cane è stato selezionato; quella adattativa, legata alla capacità di risolvere problemi; e quella di lavoro e obbedienza, legata alla rapidità con cui il cane apprende ed esegue comandi umani.

In teoria, questa distinzione è utile. Il problema nasce nella pratica, perché la forma di intelligenza che viene davvero trasformata in punteggio e classifica è soprattutto quella di lavoro e obbedienza. Da lì nasce una graduatoria che, con il tempo, è stata letta dal grande pubblico come se fosse un giudizio complessivo sull’intelligenza dei cani.

C’è poi un altro aspetto che non può essere ignorato: i dati su cui Coren costruisce la sua classifica provengono da giudici e addestratori di obedience, cioè da professionisti che valutano i cani proprio su ciò che quella classifica misura. Non è un dettaglio tecnico secondario, ma un limite strutturale, perché il metodo tende inevitabilmente a premiare i cani più adatti a quel tipo di prova.

In altre parole, se misuriamo soprattutto rapidità di apprendimento del comando, disponibilità alla ripetizione e precisione esecutiva, è normale che alcune razze risultino favorite. Questo non significa che siano “più intelligenti” in senso assoluto, ma che la loro intelligenza è particolarmente compatibile con il tipo di intelligenza che abbiamo deciso di misurare.


C’è un passaggio, nel libro di Coren, che per me rappresenta bene il rischio di questo approccio: quando viene messo in dubbio che si possa considerare intelligente un cane che entra in una tana per affrontare una preda più grande di lui, con riferimento al Jack Russell Terrier.

Quel passaggio è significativo perché il Jack Russell è stato selezionato proprio per entrare in tana, affrontare situazioni rischiose, mantenere determinazione davanti alla preda e persistere anche quando il contesto è difficile. Giudicare quel comportamento come scarsa intelligenza significa applicare al cane un metro umano, confondere prudenza con adattamento funzionale e ignorare il motivo per cui quella razza è stata selezionata.

In quel caso non si sta davvero misurando l’intelligenza del cane, ma si sta esprimendo un giudizio di valore su un comportamento che appare irragionevole se lo guardiamo con occhi umani, ma che diventa perfettamente coerente se lo leggiamo dentro la storia funzionale della razza.

Questo è il punto più delicato: quando il criterio di valutazione viene costruito attorno a un solo tipo di risposta, tutto ciò che non rientra in quel modello rischia di essere interpretato come limite, ostinazione, impulsività o scarsa intelligenza, anche quando in realtà è competenza selezionata per un contesto diverso.


Lo stesso problema può comparire anche nella ricerca scientifica, non perché i ricercatori siano in malafede, ma perché ogni metodo misura solo ciò che è stato costruito per misurare.

Molti studi sulla cognizione canina utilizzano spesso razze particolarmente collaborative e facili da coinvolgere nei test, tra cui il Border Collie. La ragione è comprensibile: collabora facilmente, comprende rapidamente cosa gli viene richiesto, tollera la ripetizione, riduce alcune variabili sperimentali e rende più semplice ottenere dati leggibili.

Dal punto di vista metodologico è una scelta pratica. Dal punto di vista culturale, però, può creare un effetto di conferma: si studiano soprattutto cani molto adatti ai test costruiti dagli umani, i risultati sono ottimi, la divulgazione li trasforma in prova di intelligenza superiore, e nuovi studi finiscono per scegliere ancora soggetti simili perché sono più gestibili all’interno dello stesso modello sperimentale.

A quel punto il rischio è non accorgersi più che non stiamo misurando l’intelligenza del cane in senso ampio, ma soprattutto quanto bene un certo tipo di cane si adatta a certi test. Restano più facilmente ai margini altre forme di competenza, come autonomia, adattabilità, gestione del rischio, lettura del contesto, iniziativa pratica e capacità di prendere decisioni quando l’umano non fornisce indicazioni continue.

Questa distorsione non riguarda solo la ricerca, ma anche il modo in cui poi raccontiamo i cani ai proprietari. Se un cane collabora subito, ripete volentieri e aderisce al segnale, viene definito intelligente. Se un altro cane valuta, propone, anticipa o decide in modo meno lineare, viene spesso definito testardo, indipendente o difficile.


Letto in questa chiave, Teach Your Herding Breed to Be a Great Companion Dog non è un libro sbagliato. Anzi, è un libro che prova a fare un passo avanti perché ricorda che i cani da conduzione non possono essere compresi soltanto attraverso l’obbedienza e che molte delle loro difficoltà nella vita domestica derivano proprio da tratti funzionali non riconosciuti.

Il limite è che il libro resta in parte ancorato a una cornice culturale che oggi mostra tutti i suoi limiti. Pur dichiarando che l’intelligenza non è una sola, continua spesso a utilizzare lo stesso modello come riferimento principale, e così finisce per rafforzare, anche senza volerlo, proprio ciò che vorrebbe superare.

Non lo leggerei come un errore grave, ma come un segno di quanto sia difficile uscire davvero da una narrazione dominante. Anche quando proviamo ad allargare il discorso, continuiamo spesso a usare gli stessi esempi, gli stessi modelli e gli stessi criteri, perché sono quelli che la cultura cinofila ha reso più familiari.

Le conseguenze si vedono ogni giorno. Obbedienza viene scambiata per intelligenza, autonomia viene scambiata per testardaggine, iniziativa viene scambiata per disobbedienza, e molte razze selezionate per adattarsi, intervenire e prendere decisioni vengono lette come problematiche proprio quando stanno mostrando una parte coerente della loro funzione.

Il Pastore Australiano paga spesso questo equivoco. È un cane selezionato per collaborare con l’uomo, ma non per annullarsi dentro il comando. È un cane che osserva, collega, propone, anticipa e a volte prende in carico situazioni che considera rilevanti. Se lo giudichiamo solo con il metro della risposta immediata e dell’obbedienza lineare, rischiamo di non vedere la sua intelligenza, ma soltanto la sua deviazione da un modello che non gli appartiene del tutto.

Il Capitolo 3 da cui siamo partiti va nella direzione giusta, perché riconosce che l’intelligenza dei cani da conduzione non può essere ridotta alla semplice esecuzione di comandi. Oggi, però, questo non basta più se poi continuiamo a misurare soprattutto una forma di intelligenza, a mostrare sempre lo stesso modello e a lasciare che quel modello diventi una gerarchia implicita.

Non esiste il cane più intelligente in assoluto, ma esistono cani intelligenti nel contesto per cui sono stati selezionati. Un Border Collie può esprimere in modo straordinario precisione, controllo e risposta al segnale; un Pastore Australiano può esprimere in modo altrettanto significativo adattamento, iniziativa, lettura del contesto e collaborazione meno lineare ma profondamente partecipata.

Capire i cani non significa classificarli, ma comprendere perché fanno ciò che fanno. Finché non cambieremo il metro con cui li giudichiamo, continueremo a chiamare problemi quelle che, in realtà, sono competenze fuori dal modello che abbiamo deciso di premiare.