Per un periodo ho pensato che in Nash ci fosse qualcosa che non tornava. Non in modo drammatico, ma come un dubbio rimasto sotto la superficie, pronto a tornare fuori ogni volta che leggevo l’ennesima descrizione del Pastore Australiano come cane “velcro”, sempre addosso al proprietario, sempre in cerca di contatto e pronto a seguirlo in ogni stanza.
Poi guardavo Nash e quell’immagine non coincideva, perché lei non è mai stata fredda o distante, ma non è nemmeno il cane che lascia tutto per correre a ricevere una carezza. Se la chiamo mentre sta riposando, spesso prima mi guarda, come per capire se stia davvero succedendo qualcosa oppure se io abbia semplicemente deciso che quello è il momento delle coccole. Qualche volta viene, si lascia accarezzare e rimane accanto a me; altre volte continua a stare dov’è, oppure si avvicina per pochi minuti e poi torna al suo posto. All’inizio questa cosa mi spiazzava, perché avevo letto così tante volte che l’Aussie vive incollato al proprio umano da chiedermi se Nash fosse semplicemente diversa o se tra noi mancasse qualcosa. Invece di mettere in discussione l’immagine che mi ero costruito prima ancora di conoscerla, per un po’ ho messo in discussione lei. Con il tempo ho iniziato a osservare meglio il suo modo di stare con noi. Nash non cerca continuamente il contatto fisico, ma molto spesso sceglie di restare vicina. Può sdraiarsi nella stessa stanza senza venire a toccarti, controllare con uno sguardo quello che stai facendo e poi rimettere la testa a terra. Non riempie ogni momento con una richiesta di attenzione, però sa sempre dove siamo e cosa sta succedendo. Se qualcuno insiste troppo mentre riposa, non fa scenate e non cerca lo scontro, ma si alza e cambia posto. È il suo modo di dire che in quel momento non ne ha voglia, e ci ho messo un po’ a capire che quella distanza non era un rifiuto della relazione. Era semplicemente un confine espresso con grande chiarezza. Nash è dolce, ma non nel modo più evidente. La sua dolcezza non sta nell’essere sempre addosso, nel cercare continuamente la mano o nel trasformare ogni momento in una richiesta di coccole. Sta nel modo in cui sceglie di esserci senza invadere, nel modo in cui ci osserva e in quella presenza silenziosa che rischi di non vedere se misuri l’affetto soltanto attraverso la vicinanza fisica. A casa questa differenza si nota bene. Io e mia moglie abbiamo imparato a rispettare i suoi momenti, mentre mio figlio tende a cercarla e toccarla anche quando lei preferirebbe essere lasciata tranquilla. Nash non reagisce male, ma quando può si sposta oppure lo evita, e qualche volta devo ricordargli che lei gli ha già risposto, non con un ringhio o con una protesta, ma semplicemente andando altrove. Forse una delle cose più importanti che Nash ci ha insegnato è proprio questa: voler bene a un cane non significa poterlo toccare ogni volta che ne abbiamo voglia. Anche la relazione più stretta ha bisogno di lasciare spazio all’altro, e Nash il proprio spazio ha sempre saputo chiederlo con molta più educazione di quanto noi, a volte, sappiamo rispettarlo. Ho capito anche che il suo modo di seguirmi era diverso da quello che avevo immaginato. Nash non si alza automaticamente ogni volta che mi muovo. Se lascio il divano per andare in cucina, può limitarsi a guardarmi e rimanere dov’è; se però riconosce i segnali di un’uscita, tutto cambia, perché osserva come mi vesto, nota le scarpe, il mazzo di chiavi, il modo in cui mi avvicino alla porta e diventa subito più presente. Non mi segue perché non riesce a stare senza di me, ma perché ha capito che, in quel momento, il mio movimento significa qualcosa. Questa differenza mi ha aiutato a capire meglio anche l’idea del cane “velcro”. Un Pastore Australiano può controllare gli spostamenti del proprietario, anticiparne le intenzioni e comparire appena sente che sta per succedere qualcosa, ma questo non significa necessariamente che cerchi sempre contatto o che non sappia stare da solo. Nel caso di Nash, molto spesso significa soltanto che ha letto una sequenza di segnali e ha capito che vale la pena alzarsi. Quando invece non c’è nulla di significativo, resta tranquilla. Non sente il bisogno di partecipare a ogni gesto casuale, di occupare sempre lo stesso spazio o di ricordarci continuamente che esiste. Per molto tempo ho scambiato questa sua sobrietà per una minore necessità di relazione; poi mi sono accorto che la relazione c’era, semplicemente non aveva la forma che mi aspettavo. Nash sa passare dalla quiete a una presenza intensissima in pochi istanti. Può sembrare quasi disinteressata mentre riposa, ma basta un cambiamento nel tono della voce, un movimento diverso o qualcosa che per lei abbia davvero un significato perché diventi immediatamente attenta. Finito quel momento, torna alla sua calma senza bisogno di trascinarsi dietro l’agitazione. Forse era proprio questa alternanza a confondermi, perché io cercavo una continuità nel contatto, mentre lei mi offriva una continuità nella presenza. Non voglio trasformare tutto questo in un elogio del cane perfetto, perché Nash non lo è. Ha le sue rigidità, i momenti in cui è difficile da capire e le giornate nelle quali il suo bisogno di analizzare ciò che accade rende meno semplice anche una cosa banale. Qualche volta vorrei che fosse più immediata, più disponibile o semplicemente più facile da leggere. La differenza è che oggi non considero più queste caratteristiche come la prova che in lei ci sia qualcosa di sbagliato. Sono parte del suo modo di essere, insieme alla sua capacità di osservare, di scegliere quando partecipare e di non fingere una disponibilità che in quel momento non sente. Per molto tempo l’ho confrontata con racconti nei quali l’Aussie sembrava quasi vivere per riempire ogni spazio emotivo dell’umano: sempre vicino, sempre empatico, sempre pronto a consolare e a confermare il legame. Forse molti cani sono davvero così, ma Nash non aveva alcun dovere di diventarlo per rassicurarmi. Non è diventata più coccolona con l’età e non si è trasformata nel cane che avevo immaginato prima del suo arrivo. È diventata più adulta, più stabile e più facile da comprendere, mentre io ho smesso di aspettare che cambiasse il suo modo di volermi bene. Alla fine non era Nash a essere sbagliata. Era il metro con cui continuavo a misurarla, costruito su descrizioni generiche e su un’idea di relazione che apparteneva più alle mie aspettative che al cane che avevo davanti. Quando ho smesso di guardarla con gli occhi degli altri, ho iniziato finalmente a vedere il suo modo di esserci: meno evidente, meno appiccicato e forse meno rassicurante, ma proprio per questo più libero e più autentico. Nash non ha bisogno di starmi sempre addosso per farmi sentire che siamo insieme, e io non ho più bisogno che lo faccia per sapere quanto sia profondo il nostro legame.
Storie di Nash · Frammenti di vita
Non era Nash a essere sbagliata
Storie di Nash
Un frammento di vita quotidiana con Nash.