Nash aveva sei mesi quando pensai di iscriverla a un corso di obbedienza. Mi sembrava una scelta giusta, quasi naturale, perché avevo davanti una cucciola piena di energia, attenta a tutto, sempre pronta a muoversi, e pensavo che un po’ di metodo potesse aiutare me a capirla meglio e lei a imparare qualche regola in più.
Prima di iniziare ne parlai con l’allevatore, e ricordo ancora una frase che allora presi quasi come una battuta: “Gli Australian Shepherd non sono Pastori Tedeschi, e non sono soldatini.” Io annuii, come si fa quando si pensa di aver capito, ma in realtà quella frase sarebbe rimasta lì, in un angolo della testa, in attesa di trovare un senso.
Il campo era ordinato e molto diverso da come me lo ero immaginato. C’erano diversi Pastori Tedeschi, conduttori già abituati a quel tipo di lavoro, gilet da addestramento e palline pronte a comparire alla fine degli esercizi. I comandi arrivavano spesso in tedesco e tutto sembrava procedere con naturalezza: il cane ascoltava, eseguiva, riceveva il premio e tornava dal conduttore. Da fuori era anche bello da vedere, ma io avevo la sensazione di essere entrato in un ambiente che parlava già una lingua precisa.
Noi invece eravamo lì, io e Nash, ancora un po’ fuori posto. Io cercavo di seguire le indicazioni senza sembrare troppo impacciato, mentre lei guardava tutto quello che succedeva intorno. Le palline, soprattutto. Guardava i cani che partivano, le mani dei conduttori, il momento in cui qualcosa si muoveva, e sembrava molto più interessata a quello che accadeva attorno all’esercizio che all’esercizio stesso.
Sul momento mi chiesi più volte se fossi io a sbagliare. Forse non ero abbastanza chiaro, forse non riuscivo a farmi seguire, forse mi ero illuso che bastasse portarla in un campo per trovare automaticamente il modo giusto di lavorare con lei. Volevo fare bene, questo lo ricordo con certezza, ma più passavano i minuti più mi sembrava di non sapere bene dove mettere le mani.
Nash, però, non mi sembrava confusa. A ripensarci oggi, forse aveva capito benissimo il campo, solo che lo aveva capito a modo suo. Per lei la parte interessante non era stare dentro la sequenza, ma leggere tutto quello che succedeva prima, dopo e intorno. Se una pallina compariva da qualche parte, lei la vedeva. Se un cane stava per partire, lei lo intuiva. Se si apriva un piccolo spazio, Nash trovava il modo di entrarci.
Ogni tanto partiva quando non avrebbe dovuto, seguiva una pallina che non era la sua, si infilava nella scena degli altri con una sicurezza che allora mi metteva in difficoltà e oggi mi fa sorridere. Qualche volta riusciva perfino a rubare la pallina a un altro cane e a portarsela via soddisfatta, come se finalmente avesse trovato il vero senso di quella giornata.
Io la richiamavo con risultati abbastanza discutibili, l’addestratore si innervosiva e gli altri continuavano a lavorare con ordine. Io, invece, mi sentivo a metà tra l’imbarazzo e il sorriso, perché una parte di me avrebbe voluto sparire, mentre un’altra parte non riusciva a non vedere in lei una specie di coerenza tutta sua.
Mi domandavo se fosse solo disobbedienza, se fosse semplice distrazione, o se invece ci fosse qualcosa che io non riuscivo ancora a leggere. Era lei che non ascoltava, o ero io che non le stavo parlando nel modo giusto? Allora non avrei saputo rispondere, e forse mi dava fastidio proprio questo: non avere una risposta pronta, non sapere se insistere, correggere, cambiare strada o semplicemente osservare meglio.
Non credo che quel corso sia stato inutile. Qualcosa imparò lei e qualcosa imparai io, anche se forse non quello che immaginavo all’inizio. Nash aveva solo sei mesi, io stavo ancora imparando a conoscerla, e quel giorno capii, anche se in modo confuso, che non tutto quello che funziona bene per gli altri funziona per forza anche con il tuo cane.
Con Nash dovevo trovare qualcosa che la coinvolgesse davvero, qualcosa che non fosse soltanto ripetere un esercizio. Se tutto diventava solo una sequenza da seguire, lei cercava altro, e spesso lo trovava prima ancora che io capissi dove fosse andata con la testa.
A distanza di anni mi resta soprattutto questa immagine: Nash che corre dietro a una pallina non sua, io che provo a recuperarla senza troppa dignità, e quella frase dell’allevatore che piano piano comincia a trovare il suo posto. Non era una scusa per lasciarle fare quello che voleva, e non era nemmeno un modo per dire che le regole non servissero.
Era solo una piccola verità che allora non sapevo ancora leggere: non era il suo linguaggio, e forse quel giorno Nash aveva iniziato a spiegarmelo molto prima che io fossi pronto a capirlo.