Un Pastore Australiano red merle osserva attentamente il proprio proprietario durante un momento di comunicazione all’aperto, rappresentando la relazione e la capacità del cane di interpretare segnali e contesto.
Nash non è testarda: osserva, valuta e decide nel contesto.

Nash non è testarda

Storie di Nash · Frammenti di vita
Non era opposizione

Ci ho messo un po’ a capirlo. All’inizio, lo ammetto, ho pensato anch’io che Nash fosse testarda, perché quando un cane non fa subito quello che gli chiedi quella sembra la spiegazione più facile, soprattutto quando sei stanco, hai fretta o pensi di essere stato chiarissimo.

Succedeva spesso fuori, durante le passeggiate. Io le chiedevo una cosa semplice, almeno dal mio punto di vista: un richiamo, un cambio di direzione, un “andiamo” detto con calma. Lei però, invece di seguirmi subito, restava ferma un momento in più.

Non si opponeva in modo evidente. Non tirava dall’altra parte, non faceva scenate, non sembrava nemmeno ignorarmi davvero. Mi guardava, poi tornava con lo sguardo verso qualcosa che aveva attirato la sua attenzione: un rumore, un odore, una persona più avanti, un cane lontano, un movimento che io magari avevo appena registrato o non avevo visto affatto.

Io vedevo solo un cane che non rispondeva subito. Lei, forse, era ancora dentro qualcosa che stava cercando di capire.

Per un po’ la parola più comoda è stata “testarda”. Mi veniva quasi naturale, anche perché a volte bastava rendere la voce un po’ più ferma perché Nash partisse subito. E lì la conclusione sembrava pronta: allora aveva capito benissimo, stava solo decidendo se ascoltarmi oppure no.

Poi, però, ho iniziato a notare una cosa. Lo stesso tono più deciso che in certi momenti sembrava aiutarla, in altri la spegneva. Se la situazione era chiara, una voce più ferma le diceva semplicemente che quella richiesta aveva un peso diverso. Se invece era già presa da qualcosa, o se io diventavo troppo pressante, non ottenevo più collaborazione. Ottenevo al massimo esecuzione, oppure chiusura.

È stato lì che ho cominciato a vedere la differenza tra essere chiaro e fare pressione.

Con Nash il tono non è mai stato soltanto una questione di autorità. Per lei il tono è un’informazione. Le dice se una cosa è urgente, se può aspettare, se sto chiedendo davvero o se sto solo buttando lì una direzione. Il problema è che io, per molto tempo, ho pensato che bastasse essere più deciso per farmi ascoltare meglio. In realtà, con lei, non era così semplice.

A volte non era un problema di obbedienza. Era un problema di traduzione.

Io dicevo “andiamo”, ma magari lei stava ancora controllando qualcosa davanti a noi. Io vedevo una pausa inutile, lei forse stava cercando di capire se poteva lasciare quella cosa e venire con me. Io pensavo: “Perché non parte?”. Lei sembrava dirmi, a modo suo: “Aspetta, non ho ancora finito di capire”.

Non voglio trasformare ogni esitazione in una grande spiegazione. Sarebbe troppo, e Nash non è certo un cane senza ostinazioni. Le sue idee le ha sempre avute, e qualche volta le ha anche difese con una certa convinzione. Però, con il tempo, la parola “testarda” ha iniziato a sembrarmi stretta.

Troppo veloce, forse. Troppo comoda.

Mi accorgevo che, se mi fermavo un attimo prima di correggerla, spesso riuscivo a vedere meglio cosa stava succedendo. Non sempre, certo. A volte ero io a non essere stato chiaro. Altre volte era lei ad aver bisogno di un secondo in più per chiudere quello che stava leggendo. Altre ancora, molto semplicemente, io avevo fretta e lei no.

La cosa difficile, per me, è stata accettare quel piccolo spazio tra la mia richiesta e la sua risposta. Perché da umano vorresti che tutto fosse più diretto: chiamo, vieni; dico “andiamo”, si va. Con Nash, invece, spesso ho dovuto imparare a chiedermi non solo se mi stesse ascoltando, ma anche se io le stessi parlando nel momento giusto e nel modo giusto.

Non sempre ci sono riuscito, e non sempre ci riesco. Ogni tanto quella parola mi torna ancora in mente, soprattutto quando lei decide che il mondo merita un’analisi molto più lunga di quanto io avessi previsto. Però poi mi correggo.

Nash non è testarda nel senso semplice del termine. Può essere ostinata, certo, ma spesso non si oppone. Spesso sta ancora leggendo, cercando di mettere insieme quello che le chiedo con quello che sta succedendo intorno.

E forse il cambiamento più grande non è stato imparare a farmi obbedire di più, ma imparare a fermarmi un secondo prima di darle un’etichetta.

Perché, con Nash, non sempre una pausa significa un no. A volte significa soltanto: aspetta, fammi capire.

Storie di Nash Un frammento di vita quotidiana con Nash.