Le origini dell’Australian Shepherd tra racconto e prove
Parte 2 di 4
Dopo il quadro generale della Parte 1, qui il focus si sposta su uno dei punti più affascinanti di tutta la ricostruzione di Jeanne Joy Hartnagle: il parallelo con il Carea Leonés, cioè il punto in cui la somiglianza colpisce davvero, ma la prova resta ancora tutta da costruire.
Articoli della serie
- Origini dell’Australian Shepherd: cosa racconta davvero Jeanne Joy Hartnagle, e cosa resta da dimostrare
- Carea Leonés e Australian Shepherd: dove finisce la somiglianza e dove dovrebbe iniziare la prova
- Quanto sono davvero documentate le prime importazioni dell’Australian Shepherd?
- Jay Sisler non spiega l’origine dell’Australian Shepherd: spiega la sua leggenda
Nel primo articolo di questa mini-serie ho provato a mettere ordine nell’intero racconto costruito da Jeanne Joy Hartnagle sulle origini dell’Australian Shepherd. Qui conviene fermarsi su uno dei punti più affascinanti di quella ricostruzione: il parallelo con il Carea Leonés.
Il richiamo, inutile negarlo, si sente davvero. Guardando certe immagini, la sensazione arriva quasi subito: cane di taglia media, rustico, agile, costruito per il lavoro, in alcuni casi con mantello arlecchinato o merle, e con un’aria che può ricordare qualcosa dell’Aussie più antico, meno rifinito e meno espositivo di quello che siamo abituati a vedere oggi (1)(2)(3).
Ed è proprio qui che bisogna rallentare. Quando una somiglianza colpisce così tanto, il rischio è sempre lo stesso: passare troppo in fretta da “questi cani si richiamano” a “allora devono essere parenti in modo diretto”. Tra le due cose, però, c’è una differenza sostanziale.
Perché il parallelo colpisce
Il Carea Leonés colpisce perché non sembra un cane tirato fuori all’ultimo per rendere più suggestiva la storia dell’Australian Shepherd. Non è una figura vaga, inventata o puramente folcloristica. È un cane pastorale reale, legato a un contesto geografico e di lavoro preciso in Spagna, studiato e poi definito anche sul piano ufficiale (2)(3).
Questo cambia parecchio il peso del discorso. Se Hartnagle avesse evocato un generico “vecchio cane spagnolo”, il parallelo resterebbe molto più debole. Invece qui il riferimento cade su un cane concreto, con un nome preciso e una tradizione pastorale vera alle spalle. Ed è proprio questa concretezza a rendere il collegamento più forte e, per certi versi, più seducente (1)(2).
Lo studio del 2001 sul perro de Carea Leonés lo descrive come un cane da conduzione degli ovini diffuso soprattutto nell’area di León e nelle zone vicine: un cane di taglia media, agile, funzionale, inserito in un contesto pastorale ben preciso. Anche lo standard ufficiale approvato successivamente conferma l’immagine di un cane rustico, attivo, da pastore, con colori che possono includere anche il mantello arlecchinato (2)(3).
Quindi sì: il Carea Leonés è un riferimento serio. E Hartnagle lo usa molto bene, non perché attraverso di lui dimostri direttamente una discendenza, ma perché riesce a dare corpo a qualcosa che altrimenti resterebbe troppo astratto. Finché si parla di “Spanish dogs” (cani spagnoli), “Basque dogs” (cani baschi) o “old Spanish lines” (vecchie linee spagnole), il lettore segue il ragionamento, ma resta dentro categorie abbastanza larghe. Quando invece compare un cane reale, con un nome preciso e un certo aspetto, tutto diventa più concreto (1).
In altre parole, il Carea Leonés funziona molto bene come immagine capace di rendere visibile una tesi. Ed è proprio per questo che va letto con attenzione: una figura che rende più visibile una tesi non è ancora, da sola, la prova di quella tesi.
Dove la somiglianza non basta
Secondo me, qui bisogna separare bene tre livelli. Il primo: il Carea Leonés esiste davvero. Il secondo: in certi soggetti può richiamare davvero qualcosa dell’Australian Shepherd. Il terzo: questo non basta ancora a farne un antenato documentato dell’Aussie.
È proprio il terzo passaggio quello che tende a sfuggire. La tentazione è comprensibile: se un cane esiste davvero, appartiene a un mondo pastorale plausibile e, in più, in certi soggetti ricorda visivamente l’Aussie, il collegamento sembra quasi già fatto. Ma tra una somiglianza forte e una prova genealogica vera resta ancora parecchia strada. Ed è lì che Hartnagle, a mio parere, accompagna il lettore un po’ più avanti di dove sarebbe prudente fermarsi (1).
Una somiglianza può essere interessante, può anche essere molto interessante, ma non è ancora una linea genealogica. Due cani possono richiamarsi per tipo, funzione, taglia, assetto generale e perfino per certi colori, senza che questo basti a dimostrare un rapporto diretto e documentato.
Nel caso del Carea Leonés, la somiglianza non è ridicola né tirata per i capelli. In certi casi è abbastanza evidente da colpire anche chi guarda quelle immagini per la prima volta. Però resta una somiglianza. Per trasformarla in qualcosa di più servirebbero collegamenti storici più precisi, una maggiore continuità documentaria, tracce più chiare tra questi cani e i cani fondativi dell’Australian Shepherd, e una catena meno interrotta tra il contesto pastorale spagnolo e le linee americane della razza.
Questo, nei testi di Hartnagle, non emerge in modo davvero chiuso (1).
L’articolo The History of Australian Shepherds and the Spanish Shepherd Dog è interessante proprio perché mostra bene questo scarto. Il titolo sembra promettere un ragionamento diretto tra Australian Shepherd e cane da pastore spagnolo. Poi però il testo, letto con calma, si sposta molto sul mondo delle pecore, della transumanza, del sistema pastorale spagnolo, dei Merino, delle Churra, dei pastori e dei loro movimenti (1).
Tutto questo serve a costruire un contesto plausibile, e il contesto conta. Ma il punto resta lo stesso: il contesto non è ancora la prova del cane. È come se quel testo avesse più appigli sulle pecore che sui cani; o, detto in un altro modo, come se riuscisse a raccontare molto bene il mondo in cui quei cani potevano esistere, senza riuscire però a chiudere davvero il passaggio che li porta dentro la storia documentata dell’Australian Shepherd.
Il Carea Leonés, quindi, aiuta davvero, ma in un modo preciso: obbliga a prendere sul serio il retroterra pastorale spagnolo. Per anni molte ricostruzioni sulle origini della razza sono state raccontate in modo confuso, troppo semplice o troppo vago. Questo cane, invece, costringe a guardare meglio il mondo pastorale iberico e a ricordare che dietro i vecchi richiami a “cani spagnoli” o “cani baschi” può esserci qualcosa di più di un semplice folklore di razza (1)(2).
In questo senso il riferimento è utile. Fa capire che l’idea di una matrice pastorale spagnola non nasce dal nulla: ha almeno una base storica e culturale plausibile, e ha anche un appoggio visivo che, nel racconto di Hartnagle, funziona molto bene.
Il problema nasce quando da riferimento plausibile diventa quasi una prova implicita. Il fatto che il Carea Leonés sia reale, appartenga a un mondo pastorale coerente e abbia in certi soggetti un aspetto che ricorda l’Aussie non significa automaticamente che sia uno dei tasselli documentati da cui discende la razza.
Può esserlo? Forse. Può aver rappresentato un tipo vicino a quello evocato nei testi di Hartnagle? Sì, questo è ragionevole. Ma siamo ancora dentro una ricostruzione plausibile, non dentro una prova storica chiusa. Ed è bene dirlo apertamente, perché su questi temi il rischio è sempre lo stesso: confondere ciò che è compatibile con ciò che è dimostrato.
Cosa resta del Carea Leonés dentro questa storia
C’è quasi un piccolo paradosso in tutto questo. Il parallelo tra Carea Leonés e Australian Shepherd funziona così bene proprio perché non è assurdo. Se fosse del tutto campato in aria, non avrebbe presa. Se invece avesse già prove solide e complete, non sarebbe più un parallelo affascinante: sarebbe una ricostruzione storica molto più definita.
Il fatto che resti nel mezzo è quello che gli dà forza narrativa. È abbastanza concreto da colpire, abbastanza plausibile da convincere, ma non abbastanza dimostrato da chiudere il discorso. Ed è anche per questo che Hartnagle riesce a usarlo così bene.
Dove finisce la somiglianza dovrebbe cominciare il lavoro più duro: non quello del confronto tra immagini, ma quello delle fonti. A quel punto servono passaggi documentari, collegamenti storici più stretti, una distinzione chiara tra memoria di razza e prova, e più attenzione alle etichette geografiche e culturali usate in modo troppo largo.
È lì che la lettura deve smettere di lasciarsi guidare soprattutto dal “tipo” del cane e diventare più severa sul tipo di prova. E infatti il punto successivo della mini-serie sarà proprio questo: le cosiddette prime importazioni documentate, cioè il momento in cui Hartnagle prova a fare un passo oltre il contesto e oltre la somiglianza, cercando di trasformare il racconto in una trasmissione storica più concreta.
Del Carea Leonés, allora, resta molto, ma non necessariamente quello che a volte si vorrebbe. Resta un riferimento serio, un cane reale, collocato, coerente con il mondo evocato da Hartnagle. Resta una somiglianza che, in certi casi, colpisce davvero.
Resta anche un richiamo utile per ricordare che la storia dell’Australian Shepherd non può essere raccontata in modo troppo semplice o troppo americano, come se tutto il retroterra pastorale europeo fosse secondario. Ma non resta ancora una prova definitiva.
Forse è proprio questo il modo più corretto di usare il Carea Leonés dentro il discorso sulle origini dell’Aussie: non come risposta finale, ma come punto in cui la domanda diventa più interessante.
Nel prossimo articolo entrerò nel punto più delicato di tutta questa ricostruzione: quello delle cosiddette prime importazioni documentate. Non si parlerà più soprattutto di somiglianze tra cani, ma di testimonianze, nomi, passaggi di proprietà e documenti.
Fonti
(1) Jeanne Joy Hartnagle, The History of Australian Shepherds and the Spanish Shepherd Dog.
(2) José Manuel Martínez Martínez, Francisco Javier Martínez Álvarez, José Luis Rodríguez Ferri, El perro de Carea Leonés: primera aproximación a su estudio, Archivos de Zootecnia, 2001.
(3) Junta de Castilla y León, Orden AYG/1170/2018, de 16 de octubre, por la que se aprueba el estándar racial del perro leonés de pastor.