Illustrazione in stile realistico di un uomo in abiti western al centro di un’arena polverosa, affiancato da due Australian Shepherd, davanti a una piccola tribuna di spettatori. L’immagine richiama il momento in cui l’Australian Shepherd esce dal solo mondo del lavoro e diventa anche un cane visto, ammirato e ricordato dal pubblico, in linea con il tema dell’articolo dedicato a Jay Sisler.
Un uomo in abiti western con due Australian Shepherd in arena: un’immagine pensata per evocare il ruolo di Jay Sisler nella costruzione della leggenda pubblica dell’Aussie.

Jay Sisler non spiega l’origine dell’Australian Shepherd: spiega la sua leggenda

Mini-serie · Razza e Storia

Le origini dell’Australian Shepherd tra racconto e prove

Parte 4 di 4

Questo articolo chiude la mini-serie dedicata ai testi di Jeanne Joy Hartnagle sulle origini dell’Australian Shepherd. Dopo il contesto storico, il Carea Leonés e il nodo delle prime importazioni, qui il focus si sposta su Jay Sisler e sul momento in cui l’Aussie entra davvero nell’immaginario pubblico.

Dopo aver guardato al contesto pastorale, ai cani spagnoli, al Carea Leonés e al problema delle prime importazioni, qui il discorso cambia. Con Jay Sisler non siamo più nel punto in cui si cerca di capire da dove venga davvero l’Australian Shepherd. Siamo nel punto in cui questo cane smette di essere soltanto un cane da lavoro e comincia a diventare anche un cane simbolico: un cane che il pubblico vede, ricorda, ammira. Un cane che entra in scena, letteralmente (1).

Ed è proprio per questo che Jay Sisler è importante. Non perché risolva il problema delle origini dell’Aussie, ma perché aiuta a capire come nasce la sua leggenda.

Dal lavoro alla scena pubblica

Quando si parla di Jay Sisler, spesso si ha la sensazione di trovarsi davanti a una figura quasi inevitabile nella storia dell’Australian Shepherd. E in effetti un motivo c’è.

Sisler non è importante solo perché lavorava con i cani. È importante perché li ha portati davanti al pubblico. Li ha tolti, almeno in parte, dal solo mondo del ranch, del gregge e della vita di lavoro quotidiana, e li ha fatti entrare in un altro spazio: quello dello spettacolo, del rodeo, della dimostrazione, della memoria collettiva (1)(2).

Questo passaggio conta moltissimo, perché una razza non si costruisce solo con i cani fondativi, con i pedigree o con le storie raccontate dagli allevatori. A un certo punto si costruisce anche nell’occhio di chi guarda. E Jay Sisler è una delle figure che più hanno contribuito a dare un volto pubblico all’Australian Shepherd.

La cosa interessante è che Sisler non rende famoso un cane qualsiasi. Rende famoso un certo tipo di cane: non un cane puramente ornamentale, non un cane costruito per impressionare soltanto per il suo aspetto, ma un cane che porta ancora addosso, almeno in parte, il mondo da cui viene. Attenzione, rapidità, collaborazione con l’uomo, intelligenza pratica, disponibilità al lavoro, capacità di leggere la situazione: tutto questo entra nell’arena insieme ai suoi cani (1)(2).

Quando quei cani compaiono nello spettacolo, il pubblico non vede soltanto dei numeri ben eseguiti. Vede un tipo di relazione. Vede un cane che sembra capire, anticipare, rispondere, quasi stare dentro il gesto dell’uomo. È questo che colpisce. Ed è anche questo che, col tempo, ha aiutato l’Australian Shepherd a diventare qualcosa di più di un cane da ranch.

Se i primi capitoli della serie di Hartnagle servono a costruire una genealogia possibile, il capitolo su Sisler serve soprattutto a costruire un’immagine: non l’immagine falsa di un cane perfetto, ma quella di un cane straordinariamente capace, brillante, espressivo, pronto, quasi magnetico.

Da quel momento l’Australian Shepherd non vive più soltanto dentro il lavoro quotidiano o nella memoria dei vecchi sheepmen. Comincia a vivere anche nella cultura popolare del West, nel rodeo, nelle esibizioni, nei racconti che le persone si scambiano dopo averlo visto lavorare con Sisler (1)(2). E quando una razza arriva lì, cambia: non necessariamente nel cane reale, almeno non subito, ma nel modo in cui viene guardata, ricordata e desiderata.

La leggenda non è l’origine

Proprio per questo, però, una cosa va detta con chiarezza: Jay Sisler non aggiunge molto alla domanda che ha attraversato i primi articoli di questa mini-serie, cioè quanto sia davvero dimostrabile la matrice basca, spagnola o pirenaica dell’Australian Shepherd.

Non è quello il suo ruolo. Sisler non aiuta a chiarire meglio il passaggio tra cani da pastore europei e linee fondative americane. Non risolve il problema delle prime importazioni. Non rende più chiusa la questione genealogica. Se si legge il capitolo di Hartnagle dedicato a lui, questo si capisce abbastanza bene: il punto non è più l’origine in senso stretto, ma la trasformazione dell’Aussie in qualcosa di più visibile, più riconoscibile, più memorabile (1).

Qui vale la pena evitare anche un altro equivoco. Dire che Sisler ha contribuito a costruire la leggenda dell’Aussie non significa dire che abbia trasformato il cane in un semplice cane da show. Il punto è più sottile.

Sisler funziona perché il suo lavoro con i cani non appare come qualcosa di totalmente staccato dalla loro origine. Al contrario, il pubblico legge quelle performance come la prova di una qualità reale del cane: non come un trucco che potrebbe fare qualsiasi soggetto, ma come l’espressione particolarmente riuscita di certe caratteristiche proprie dell’Australian Shepherd (1).

In altre parole, Sisler non inventa da zero il fascino dell’Aussie. Lo rende visibile. Lo concentra. Lo porta davanti agli occhi delle persone. Ed è un’operazione potentissima, perché fa sì che l’Australian Shepherd diventi un cane che si ricorda.

Molte razze hanno una storia di lavoro. Non tutte, però, trovano il momento in cui quella storia si trasforma in un’immagine forte, riconoscibile, quasi inevitabile. Sisler, per l’Aussie, rappresenta proprio quel passaggio. Da una parte resta il cane utile; dall’altra nasce il cane che il pubblico associa a intelligenza, presenza scenica, prontezza e intesa con l’uomo.

È lì che la razza comincia davvero a sedimentarsi nell’immaginario. Ed è anche lì che può nascere un rischio: guardare indietro e leggere tutta la storia dell’Australian Shepherd alla luce di quella immagine finale, come se fosse sempre stato già “quel” cane lì, brillante, scenico, straordinario, quasi inevitabilmente destinato a diventare famoso.

Ma la storia di una razza raramente procede in modo così lineare. Prima c’è il lavoro. Prima c’è l’uso. Prima c’è la selezione concreta. Poi, semmai, arriva il momento in cui quel cane viene visto, raccontato, idealizzato e fissato in una forma pubblica più forte. Sisler appartiene a questo secondo momento. Ed è per questo che è così importante non confondere il suo ruolo con quello delle origini.

Cosa resta dopo questa mini-serie

Se nei capitoli precedenti Hartnagle a volte corre un po’ più delle prove, qui mi sembra più solida. Il motivo è semplice: non sta cercando di chiudere una genealogia difficile. Sta raccontando una figura che, dentro la storia pubblica dell’Australian Shepherd, ha davvero un peso enorme.

Il capitolo su Sisler convince di più perché non ha bisogno di forzare troppo. Non deve trasformare una somiglianza in discendenza, né una memoria in prova. Deve mostrare come un uomo e i suoi cani abbiano inciso sull’immagine della razza. E su questo il discorso regge bene (1)(2).

In questo senso è quasi il capitolo più facile da accettare dell’intera serie. Non perché sia meno importante, ma perché il suo obiettivo è meno fragile.

Se dovessi riassumere il punto in una frase, direi così: Jay Sisler non spiega l’inizio dell’Australian Shepherd. Spiega il momento in cui la sua leggenda comincia davvero.

Con lui l’Aussie non è più solo un cane che lavora bene nel proprio ambiente. Diventa anche un cane che il pubblico riconosce come speciale, capace di staccarsi dal rumore di fondo delle altre storie di ranch e di fissarsi in una forma più netta. Quando succede questo, la razza cambia posizione nella cultura cinofila.

Alla fine di questa mini-serie, secondo me, resta una cosa abbastanza semplice, ma importante. Jeanne Joy Hartnagle ha costruito probabilmente il racconto più coerente e più affascinante sulle origini e sulla prima identità dell’Australian Shepherd: un racconto che tiene insieme cani, pecore, Baschi, Spagna, linee fondative, open range e, alla fine, Jay Sisler (1)(2)(3)(4).

Il problema non è che questo racconto sia inutile. Anzi. Il problema è che, in alcuni punti, può sembrare più probante di quanto sia davvero. Per questo valeva la pena rileggerlo con calma, distinguendo meglio ciò che illumina, ciò che rende plausibile e ciò che invece non riesce ancora a chiudere del tutto.

Su Jay Sisler, però, la questione cambia. Qui non siamo più davanti a una genealogia difficile da dimostrare. Siamo davanti al momento in cui una razza trova il suo volto pubblico. E quello, nel caso dell’Australian Shepherd, passa davvero anche da lui.

Forse è proprio questo il modo più corretto di chiudere il discorso: le origini dell’Aussie restano in parte un terreno da leggere con prudenza. La sua leggenda, invece, a un certo punto prende forma in modo molto più chiaro. E in quella forma, Jay Sisler c’è eccome.

Chiusura della mini-serie

Con questo articolo si chiude la mini-serie Le origini dell’Australian Shepherd tra racconto e prove.

Se una cosa resta davvero da questi quattro articoli, secondo me è questa: i racconti di razza più affascinanti vanno sempre letti due volte. Una per capire cosa mostrano. L’altra per capire dove si fermano.

Fonti

(1) Jeanne Joy Hartnagle, Chapter VI: Jay Sisler.

(2) Carol Ann Hartnagle, Ernest Hartnagle, The Total Australian Shepherd: Beyond the Beginning.

(3) Jeanne Joy Hartnagle, Australian Shepherd History Revisited, Part II: Documented Early Imports.

(4) Jeanne Joy Hartnagle, The History of Australian Shepherds and the Spanish Shepherd Dog.