Le origini dell’Australian Shepherd tra racconto e prove
Parte 1 di 4
Questa mini-serie nasce per rileggere con maggiore ordine i testi di Jeanne Joy Hartnagle sulle origini dell’Australian Shepherd. Non per liquidarli, ma per distinguere meglio ciò che mostrano davvero, ciò che rendono plausibile e ciò che, invece, resta ancora da dimostrare.
Articoli della serie
- Origini dell’Australian Shepherd: cosa racconta davvero Jeanne Joy Hartnagle, e cosa resta da dimostrare
- Carea Leonés e Australian Shepherd: dove finisce la somiglianza e dove dovrebbe iniziare la prova
- Quanto sono davvero documentate le prime importazioni dell’Australian Shepherd?
- Jay Sisler non spiega l’origine dell’Australian Shepherd: spiega la sua leggenda
Quando si parla delle origini dell’Australian Shepherd, il nome di Jeanne Joy Hartnagle compare quasi sempre. Il motivo è comprensibile: pochi autori hanno provato a dare a questa razza una storia così ampia, coerente e legata al mondo del lavoro reale. Nei suoi testi non ci sono soltanto cani. Ci sono pecore, ranch, pastori baschi, open range (pascoli aperti), importazioni, linee fondative, Jay Sisler. C’è, in sostanza, un intero mondo (1)(2)(3)(4)(5)(6).
Ed è proprio questo a rendere Hartnagle una fonte interessante. Non perché abbia risolto una volta per tutte il problema delle origini dell’Aussie, ma perché ha costruito il racconto più forte e più affascinante su questo tema. Un racconto che, letto oggi, merita due atteggiamenti insieme: attenzione e prudenza.
Attenzione, perché non siamo davanti al solito testo generico sulla razza. Prudenza, perché un racconto ben costruito, soprattutto quando è ricco di dettagli e di collegamenti suggestivi, può sembrare più definitivo di quanto sia davvero.
Il valore del racconto di Hartnagle
La prima cosa da capire è che Hartnagle non lavora con un solo articolo isolato. Costruisce una vera sequenza, e questo cambia molto il modo in cui i suoi testi andrebbero letti.
C’è il capitolo che cerca una radice comune con altri cani pastorali rustici. C’è la timeline (cronologia) della razza. C’è il capitolo sull’influenza dei Baschi. Poi arrivano le early imports (prime importazioni), il lavoro sulle sheep bands (greggi) e infine Jay Sisler, che non serve tanto a spiegare da dove venga l’Aussie, quanto a mostrare come sia diventato anche un cane simbolico (1)(2)(3)(4)(5)(6).
Non sono quindi testi da leggere come frammenti separati, ma come parti di una stessa ricostruzione. Ed è proprio questa continuità a renderli forti, ma anche a richiedere qualche cautela in più.
Hartnagle ha ragione quando costringe il lettore a riportare l’Australian Shepherd dentro il suo ambiente storico. Oggi l’Aussie viene spesso raccontato in modo troppo semplice: cane intelligente, cane versatile, cane bello, cane energico. Tutte definizioni vere, ma anche molto generiche. Nei testi di Hartnagle, invece, torna fuori un mondo più concreto: greggi, ranch, cani usati perché servivano davvero, non perché piacessero. E questo, per capire la razza, conta eccome (1)(5).
Ha ragione anche su un altro punto: il richiamo a Baschi, Spagna e Pirenei non è una fantasia recente inventata per rendere più romantica la storia dell’Australian Shepherd. È un riferimento che ritorna davvero nella memoria della razza, nei racconti di vecchi allevatori, nelle testimonianze raccolte e nel modo in cui certe linee sono state ricordate e descritte (1)(3)(4).
Questo non basta a chiudere il discorso, ma basta sicuramente a dire che non stiamo parlando di un’idea campata in aria.
Quando gli indizi non diventano ancora prova
Il punto più delicato è un altro. Nei testi di Hartnagle, a un certo punto, tendono a mescolarsi tre piani diversi:
- la somiglianza tra cani
- la plausibilità del contesto storico
- la prova vera e propria
Sono tre elementi importanti, ma non coincidono. Un cane può ricordarne un altro. Un contesto può rendere credibile una certa ricostruzione. Una memoria di razza può conservare un frammento di verità. Tutto questo, però, non equivale ancora a una prova genealogica chiusa.
Ed è qui che Hartnagle diventa molto persuasiva. Mette insieme elementi che si richiamano, si rafforzano e si illuminano a vicenda. Il lettore arriva facilmente a pensare: sì, dev’essere andata così. Il problema è che tra “potrebbe essere andata così” e “abbiamo dimostrato che è andata così” resta una differenza sostanziale.
Uno dei punti più affascinanti di questa ricostruzione è il richiamo ai cani da pastore spagnoli, e in particolare al Carea Leonés. Qui va detto chiaramente: il Carea Leonés non è un’invenzione tirata fuori per rendere più scenografica la storia. È un cane pastorale reale, studiato, legato a un contesto rurale preciso. E sì, in alcuni soggetti il richiamo all’Aussie si percepisce davvero: taglia, rusticità, funzione, colore, impressione generale di cane da lavoro serio e asciutto (7)(8).
È proprio questo a rendere il parallelo così forte. Però è anche il punto in cui bisogna fermarsi, perché una somiglianza, per quanto interessante, non è ancora una prova. Può essere un indizio. Può aiutare a dare forma a una tesi. Può perfino far pensare che il collegamento non sia assurdo. Ma non basta, da sola, a trasformare il Carea Leonés in un antenato documentato dell’Australian Shepherd (1)(7)(8).
È uno dei passaggi in cui il racconto di Hartnagle funziona meglio sul piano evocativo. Proprio per questo, però, andrebbe letto con un po’ di freddezza.
Se il Carea Leonés è il punto più evocativo, il capitolo sulle early imports (prime importazioni documentate) è probabilmente quello più esposto sul piano delle prove. Qui Hartnagle non si limita più a dire che esisteva un contesto compatibile. Fa un passo ulteriore: parla di cani arrivati con pastori baschi o spagnoli, di linee entrate nella fondazione della razza, di nomi, passaggi, ricordi e collegamenti tra persone e cani precisi (4).
Ed è qui che bisogna diventare più severi, perché non tutto ha lo stesso peso. Una testimonianza orale non è un documento. Un ricordo raccolto molti anni dopo non è la stessa cosa di una registrazione contemporanea ai fatti. Nei testi di Hartnagle questi livelli scorrono spesso insieme dentro un racconto molto fluido. È un racconto che convince, ma proprio questa fluidità rischia di far sembrare “documentato” più di quanto lo sia davvero in modo indipendente (4).
C’è poi un altro aspetto da notare. Nei suoi testi parole come “Spanish” (spagnolo), “Basque” (basco), “Pyrenean” (pirenaico), “Andorran” (andorrano) finiscono spesso dentro lo stesso quadro. Sul piano narrativo funziona, perché evocano uno stesso universo geografico e culturale. Sul piano storico, però, bisogna procedere con più cautela: non identificano automaticamente la stessa popolazione canina, né la stessa linea precisa (3)(4).
Su questo punto tornerò meglio nel terzo articolo della mini-serie.
Cosa resta oggi di quella ricostruzione
Paradossalmente, Hartnagle convince di più quando smette di stringere sulle origini e torna a mostrare il lavoro. Quando parla di pecore, sheep bands (greggi), open range (pascoli aperti), stagioni, ranch e cani usati davvero, il suo racconto si appoggia a qualcosa di molto concreto.
Lì si capisce bene una cosa: l’Australian Shepherd non nasce come idea astratta di cane versatile, ma come cane che doveva funzionare in un certo tipo di vita e in un certo tipo di lavoro (1)(5).
Questo non ci dice tutto su da dove venga, ma ci dice molto su che cane fosse. Ed è già moltissimo.
Poi arriva Jay Sisler, e il discorso cambia. Sisler non risolve i dubbi sulle origini. Non rende più chiara la matrice spagnola o basca dell’Aussie. Però aiuta a capire un’altra cosa fondamentale: il momento in cui quel cane da lavoro entra nell’immaginario pubblico e smette di essere solo un cane utile, per diventare anche un cane riconoscibile, ammirato, quasi mitico (6).
In questo senso, Jay Sisler non spiega l’inizio dell’Australian Shepherd. Spiega il momento in cui comincia la sua leggenda.
E anche questo fa parte della storia della razza.
Secondo me resta questo: Hartnagle non va né liquidata né seguita a occhi chiusi. Va letta bene.
Il suo lavoro è probabilmente il tentativo più serio e più affascinante di dare all’Australian Shepherd una storia complessiva, radicata nel lavoro pastorale, nelle memorie di razza e in un mondo che è esistito davvero (1)(2)(3)(4)(5)(6).
Allo stesso tempo, però, quel lavoro non chiude del tutto la questione. La rende più ricca, più interessante, più viva. In alcuni passaggi, però, trasforma una convergenza di indizi in qualcosa che assomiglia troppo a una conclusione.
Forse è proprio questo il modo più corretto di leggere Hartnagle oggi: non come l’autrice che ha risolto una volta per tutte il problema delle origini dell’Australian Shepherd, ma come quella che più di tutti ha costruito il racconto dentro cui quel problema continua ancora a essere discusso.
Nel prossimo articolo entrerò in uno dei punti più affascinanti di tutta questa ricostruzione: il rapporto tra Australian Shepherd e Carea Leonés, cioè il momento in cui la somiglianza colpisce davvero, ma la prova resta ancora tutta da costruire.
Fonti
(1) Jeanne Joy Hartnagle, The History of Australian Shepherds and the Spanish Shepherd Dog.
(2) Las Rocosa, Australian Shepherd History Revisited – Chapter I: The Common Root.
(3) Las Rocosa, Australian Shepherd History Revisited – Chapter III: Influence of the Basques.
(4) Jeanne Joy Hartnagle, Australian Shepherd History Revisited, Part II: Documented Early Imports.
(5) Las Rocosa, Australian Shepherd History Revisited – Chapter V: Sheep Ranching on the Open Range.
(6) Las Rocosa, Australian Shepherd History Revisited – Chapter VI: Jay Sisler.
(7) José Manuel Martínez Martínez, Francisco Javier Martínez Álvarez, José Luis Rodríguez Ferri, El perro de Carea Leonés: primera aproximación a su estudio, Archivos de Zootecnia, 2001.
(8) Junta de Castilla y León, Orden AYG/1170/2018, de 16 de octubre, por la que se aprueba el estándar racial del perro leonés de pastor.