Illustrazione realistica di due cani da pastore in primo piano accanto a un vecchio baule con mappe e documenti, mentre sullo sfondo un pastore conduce un gregge in un paesaggio aperto che richiama il passaggio tra il mondo pastorale europeo e il West americano. L’immagine accompagna il tema dell’articolo: le prime importazioni attribuite alla storia dell’Australian Shepherd e il confine, non sempre chiaro, tra memoria di razza e documentazione storica.
Due cani da pastore accanto a un vecchio baule con mappe e documenti: un’immagine pensata per evocare il tema delle prime importazioni attribuite alla storia dell’Australian Shepherd.

Quanto sono davvero documentate le prime importazioni dell’Australian Shepherd?

Mini-serie · Razza e Storia

Le origini dell’Australian Shepherd tra racconto e prove

Parte 3 di 4

Dopo il quadro generale della Parte 1 e il confronto con il Carea Leonés della Parte 2, qui si entra nel nodo più delicato di tutta la ricostruzione di Jeanne Joy Hartnagle: quanto siano davvero documentate le prime importazioni attribuite alla storia dell’Australian Shepherd.

Dopo aver guardato il quadro generale costruito da Jeanne Joy Hartnagle e dopo essermi fermato sul caso del Carea Leonés, qui conviene entrare nel punto più delicato di tutta la sua ricostruzione: quello delle cosiddette prime importazioni documentate.

È un passaggio importante, perché qui Hartnagle cambia passo. Non parla più soltanto di un contesto pastorale plausibile. Non si ferma al fatto che alcuni cani possano ricordare l’Aussie o che il mondo basco-spagnolo abbia avuto un ruolo nella storia del lavoro ovino. Qui prova a fare qualcosa di più: raccontare l’arrivo concreto di cani portati da pastori baschi o spagnoli e poi confluiti, almeno in parte, nelle linee fondative della razza (1).

Ed è proprio per questo che qui conviene essere più severi che altrove. Quando un testo usa parole come “documentato”, il lettore si aspetta una cosa precisa: non solo una storia credibile, ma una storia che si possa seguire con un certo grado di sicurezza.

Il punto in cui il racconto prova a diventare prova

Questo capitolo conta perché è il punto in cui Hartnagle prova a fare il salto più ambizioso. Fino a lì, il suo lavoro può essere letto come una grande ricostruzione d’ambiente: il mondo pastorale, i Baschi, i cani spagnoli, il lavoro su gregge, la memoria di razza, le affinità di tipo. Tutto questo costruisce uno sfondo molto forte. Ma uno sfondo, per quanto ben fatto, non basta ancora a spiegare come quei cani sarebbero entrati davvero nella storia dell’Australian Shepherd.

Con il capitolo sulle prime importazioni, invece, Hartnagle prova proprio a colmare quel vuoto. Cominciano a comparire nomi, cani, persone, passaggi di mano, ricordi di allevatori, riferimenti a soggetti arrivati dalla Spagna o dall’area pirenaica, e collegamenti con linee poi diventate importanti nella razza (1).

Detto in modo semplice, qui non sta più dicendo solo “questo mondo è plausibile”. Sta dicendo una cosa più forte: “una parte di quei cani è arrivata davvero, ed è entrata davvero nella fondazione dell’Aussie”. È proprio per questo che questo capitolo va letto con più attenzione degli altri.

Il primo punto da chiarire, però, riguarda il significato stesso della parola “documentato”. Non tutto quello che viene raccontato ha lo stesso peso. Una testimonianza orale non è la stessa cosa di un ricordo raccolto molti anni dopo, e nessuna delle due cose coincide automaticamente con un documento indipendente, leggibile e verificabile.

Sembra ovvio, ma è proprio qui che il testo di Hartnagle diventa delicato. Questi livelli, nel suo racconto, stanno spesso molto vicini. Il lettore passa da una memoria personale a un riferimento più concreto, poi a un altro nome, poi a un altro cane, e il tutto scorre così bene che si rischia di percepire come ugualmente “documentato” materiale che in realtà non ha lo stesso peso (1).

Questo non significa che le testimonianze non valgano nulla. Sarebbe sbagliato dirlo. Significa però che non basta inserirle dentro una narrazione compatta per trasformarle tutte nello stesso tipo di prova.

Tra memoria, documenti e narrazione

Uno dei motivi per cui questo capitolo è così efficace è che Hartnagle sa raccontare. Mette insieme persone, cani, luoghi, episodi, passaggi di proprietà, ricordi di vecchi allevatori. Il lettore ha la sensazione di entrare davvero in un mondo vivo, ancora vicino al lavoro vero, ai ranch, alle pecore, ai cani che passavano da un proprietario all’altro dentro una realtà concreta.

Questa è una forza del testo, ma è anche il punto in cui bisogna stare attenti. La fluidità del racconto rischia di nascondere una domanda molto semplice: quale parte di tutto questo possiamo seguire davvero sul piano documentario, e quale parte invece si regge soprattutto sulla memoria di razza?

La differenza conta. Una ricostruzione può essere plausibile, ben scritta e anche molto convincente senza per questo diventare automaticamente una prova storica chiusa.

Nel testo di Hartnagle compaiono anche passaggi che, a prima vista, sembrano dare alla ricostruzione una base molto solida. Per esempio, il caso di cani che sarebbero stati importati dalla Spagna e di cui qualcuno conservava i certificati di spedizione, oppure soggetti che risultano “documentati” da registrazioni successive (1).

Questa parte è importante, ma è anche quella su cui bisogna restare più freddi. Una cosa è dire che un documento esisteva o che qualcuno lo possedeva. Un’altra cosa è vedere quel documento, leggerlo, datarlo, capire a quale cane si riferisce e poi seguire davvero quel cane dentro una linea di sangue documentata.

Il testo, in più di un punto, dà la sensazione della seconda cosa, ma mostra soprattutto la prima. Ed è qui che il titolo pesa parecchio, perché parlare di “prime importazioni documentate” è una formula forte: più forte, in alcuni passaggi, della base che il lettore riesce davvero a controllare da solo leggendo il racconto.

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Nel testo di Hartnagle, termini come Spanish (spagnolo), Basque (basco), Pyrenean (pirenaico) e Andorran (andorrano) tendono a stare dentro lo stesso quadro generale. Da un lato è comprensibile, perché evocano davvero un mondo pastorale vicino, fatto di transiti, scambi e sovrapposizioni storiche e geografiche. Dall’altro, però, questa fluidità può diventare un problema.

Dire che un cane veniva dai Pirenei non equivale automaticamente a identificarlo in modo preciso come cane spagnolo. Dire che un pastore era basco non basta, da solo, a chiarire quale popolazione canina rappresentasse il suo cane. Dire che un soggetto era associato a un certo ambiente culturale non significa averne già chiarito la collocazione genealogica. Sul piano narrativo tutto questo tiene insieme bene il racconto; sul piano storico, invece, richiederebbe più precisione (1)(2)(3).

C’è infine un elemento tipico di questo capitolo che vale la pena notare. Hartnagle insiste sul fatto che i vecchi registri erano incompleti, che i cani cambiavano nome quando cambiavano proprietario, che molti soggetti non venivano registrati in modo coerente e che una parte della storia si è inevitabilmente persa o confusa (1).

È un’osservazione plausibile. Probabilmente, in buona parte, è anche vera. Però qui bisogna fare attenzione: a quel punto il vuoto documentario smette di essere soltanto un limite della ricostruzione e rischia di diventare quasi una sua giustificazione implicita. In pratica, se oggi non si riesce a verificare tutto fino in fondo, il motivo sarebbe che i registri dell’epoca erano troppo fragili, troppo incompleti, troppo irregolari.

Può darsi che sia così, almeno in parte. Ma il fatto che il vuoto sia spiegabile non lo trasforma automaticamente in una prova. Il vuoto resta vuoto.

Cosa resta davvero di questo capitolo

Letto con equilibrio, questo capitolo dice una cosa importante: dentro la memoria storica dell’Australian Shepherd esiste un nucleo serio e ricorrente che collega i primi cani della razza a pastori baschi, spagnoli o pirenaici, e a cani portati con loro nel mondo del lavoro ovino del West (1).

Questo, secondo me, si può dire. Non sembra una fantasia recente inventata per dare più fascino alla razza. Il riferimento ritorna troppo spesso, in troppe testimonianze e dentro un contesto storico troppo coerente per essere liquidato come semplice leggenda.

Ma dire questo non significa ancora dire che il capitolo dimostri in modo pienamente chiuso la catena genealogica che porta da quei cani alle linee fondative dell’Australian Shepherd. Ed è qui che bisogna tenere ferma la distinzione.

Quello che il testo non riesce a chiudere davvero, almeno non in modo pienamente verificabile, riguarda tre passaggi fondamentali: quali cani, esattamente, siano arrivati davvero e in quali termini; quali di quei cani siano entrati con sicurezza nella fondazione della razza; quanto sia possibile seguire senza interruzioni il passaggio da quei soggetti alle linee che oggi vengono richiamate nella storia dell’Aussie.

Il testo suggerisce tutto questo e in alcuni passaggi lo fa sembrare persino quasi evidente. Ma tra una ricostruzione credibile e una prova storica piena resta ancora distanza.

Nonostante questo, il capitolo resta utile. Prima di tutto perché costringe a prendere sul serio la possibilità che una parte della storia dell’Australian Shepherd sia passata davvero attraverso cani arrivati dal mondo pastorale basco-spagnolo-pirenaico: non come immagine romantica, ma come ipotesi storica da trattare seriamente (1)(2)(3).

In secondo luogo, mostra bene quanto sia difficile ricostruire le origini di una razza nata dentro un ambiente di lavoro, in un’epoca in cui i registri non avevano ancora la precisione e la rigidità che oggi molti si aspettano. In questo senso, il capitolo non chiude la questione, ma aiuta a capire perché la questione sia così difficile da chiudere.

La conclusione, allora, è abbastanza semplice. Il capitolo sulle prime importazioni non va liquidato. Non è un racconto qualsiasi: ha materiale, memoria, contesto, nomi e soprattutto ha un’idea chiara di ciò che vuole dimostrare.

Però non basta leggerlo una volta e lasciarsi convincere dal tono. Va riletto distinguendo bene i piani: il racconto è una cosa, la testimonianza un’altra, il documento un’altra ancora. E la prova, alla fine, non coincide automaticamente con nessuno di questi livelli.

Alla fine, la lettura più onesta è questa: Hartnagle riesce a rendere credibile l’idea che cani arrivati dal mondo pastorale basco e spagnolo abbiano contato davvero nella storia iniziale dell’Australian Shepherd. Quello che ancora non riesce a fare del tutto è trasformare questa credibilità in una dimostrazione davvero chiusa.

Prosegui con la mini-serie

Nel prossimo e ultimo articolo della mini-serie il discorso cambierà ancora. Non si parlerà più soprattutto di origini, somiglianze o documenti, ma del momento in cui l’Australian Shepherd entra davvero nell’immaginario pubblico.

Fonti

(1) Jeanne Joy Hartnagle, Australian Shepherd History Revisited, Part II: Documented Early Imports.

(2) Roderick Peattie, Andorra: A Study in Mountain Geography, Geographical Review, 1929.

(3) William A. Douglass, Basques in Australia, Basque Studies Program Newsletter, 1978.

(4) Carol Ann Hartnagle, Ernest Hartnagle, The Total Australian Shepherd: Beyond the Beginning, 2006.