Quando si parla di epilessia nel cane, molti pensano subito alle convulsioni. In realtà l’epilessia è una malattia neurologica cronica molto più complessa, che coinvolge il cervello, la gestione quotidiana del cane, la risposta ai farmaci, la qualità di vita e, in alcune razze, anche la selezione genetica.
Nel Pastore Australiano questo tema merita particolare attenzione. L’Aussie è una delle razze in cui l’epilessia idiopatica è documentata con maggiore interesse dalla letteratura veterinaria, anche perché in alcuni soggetti il quadro può essere severo, con crisi difficili da controllare, episodi a grappolo e maggiore rischio di complicanze.
Da ricordare subito: l’epilessia non è “solo una crisi”. È una malattia del cervello caratterizzata da crisi ricorrenti, spesso da gestire per tutta la vita. Un diario delle crisi, compilato con costanza, può diventare uno strumento molto utile per il veterinario, perché permette di valutare frequenza, durata, contesto, risposta ai farmaci e andamento reale della malattia.
Per questo su SoloAussie è stato pubblicato anche il Diario dell’Epilessia nel Cane, pensato per aiutare il proprietario a registrare in modo ordinato le crisi e fornire al veterinario dati più precisi rispetto a un semplice ricordo a distanza di settimane.
Che cos’è l’epilessia nel cane
L’International Veterinary Epilepsy Task Force definisce l’epilessia come una malattia del cervello caratterizzata da crisi epilettiche ricorrenti e non provocate. In termini pratici, si parla di epilessia quando il cane presenta almeno due crisi a distanza di più di 24 ore, senza che sia evidente una causa primaria immediata come un’intossicazione, un grave squilibrio metabolico o un evento acuto esterno.
La crisi epilettica è l’espressione clinica di un’attività elettrica anomala, eccessiva e sincronizzata di gruppi di neuroni. Può restare limitata a una parte del cervello, dando origine a crisi focali, oppure diffondersi in modo più ampio e causare crisi generalizzate, come quelle tonico-cloniche con perdita di coscienza, rigidità, movimenti involontari e possibile perdita di urine o feci.
Le forme principali da distinguere sono tre:
- epilessia idiopatica: è la forma più frequente nei cani giovani-adulti. Non si osserva una lesione strutturale evidente alla risonanza magnetica e si sospetta una base genetica o comunque una predisposizione ereditaria;
- epilessia strutturale: è dovuta a una lesione identificabile del cervello, come tumori, malformazioni, encefaliti, esiti di trauma, ictus o altre patologie intracraniche;
- crisi reattive: non rappresentano una vera epilessia, ma crisi provocate da cause metaboliche o tossiche, per esempio ipoglicemia, intossicazioni, gravi malattie epatiche o renali. In questi casi, se la causa viene corretta, le crisi possono scomparire.
Nel cane in generale, la prevalenza stimata dell’epilessia si aggira intorno allo 0,6-0,75%, ma in alcune razze la frequenza può essere più alta. Il Pastore Australiano rientra tra le razze in cui il problema è considerato particolarmente rilevante dal punto di vista clinico e genetico.
Epilessia idiopatica e Pastore Australiano
Nel Pastore Australiano, l’epilessia idiopatica non è una semplice possibilità teorica. È una condizione documentata, oggetto di studi specifici e di progetti di raccolta dati genetici. In alcune casistiche, gli Aussie affetti mostrano forme cliniche più complesse della media, con maggiore frequenza di crisi a grappolo, status epilepticus e risposta non sempre soddisfacente alla terapia antiepilettica.
Quando si parla di epilessia nell’Aussie, è importante distinguere alcuni piani diversi. Da un lato esiste la predisposizione genetica all’epilessia idiopatica, che sembra essere complessa e probabilmente poligenica. Dall’altro lato esistono mutazioni, come MDR1/ABCB1-1Δ, che non causano l’epilessia, ma possono influenzare la gestione farmacologica di alcune molecole e rendere più delicata la scelta terapeutica.
In più razze, compreso l’Australian Shepherd, è stato studiato anche il gene ADAM23, identificato come gene di rischio comune per l’epilessia idiopatica. Questo non significa che un singolo test possa oggi prevedere con certezza se un Aussie svilupperà epilessia, ma conferma che la componente genetica è reale e merita attenzione.
Alcuni laboratori universitari, come il Canine Genetics Laboratory dell’Università del Minnesota, raccolgono DNA di Australian Shepherd epilettici e di soggetti correlati per cercare di sviluppare strumenti di screening più affidabili in futuro. Lo stesso principio guida altri progetti europei di raccolta campioni, compresi quelli orientati allo studio genetico delle forme epilettiche canine.
Nota importante per la razza: parlare di epilessia nell’Aussie non significa creare allarmismo, ma riconoscere un problema reale. Ogni caso documentato, ogni diagnosi corretta e ogni informazione condivisa in modo responsabile possono aiutare veterinari, ricercatori e allevatori a comprendere meglio la malattia.
Cosa succede nel cervello durante una crisi
Durante una crisi epilettica, alcune reti neuronali diventano ipereccitabili. I neuroni iniziano a scaricare in modo eccessivo, sincronizzato e incontrollato. Se l’attività anomala resta confinata a una regione cerebrale, la crisi può manifestarsi con segni focali, come movimenti involontari di una parte del corpo, alterazioni dello sguardo, comportamenti ripetitivi o improvvisi cambiamenti di attenzione. Se invece l’attività si diffonde a entrambi gli emisferi, la crisi può diventare generalizzata.
La ricerca attuale ha superato l’idea semplice del “cortocircuito”. L’epilessia viene sempre più interpretata come una malattia di rete, in cui circuiti cerebrali, connessioni tra aree diverse, neuroinfiammazione, genetica e risposta individuale ai farmaci interagiscono in modo complesso.
Alcuni studi basati su tecniche avanzate di imaging, come la diffusion tensor imaging, hanno mostrato alterazioni della sostanza bianca nei cani con epilessia idiopatica. La sostanza bianca è costituita dai fasci di connessione tra diverse aree del cervello: alterazioni in queste strutture suggeriscono che il cervello epilettico possa essere diverso non solo nel momento della crisi, ma anche nella microstruttura delle sue reti.
Sono stati sperimentati anche protocolli di risonanza magnetica sensibili alle correnti neuronali, con l’obiettivo di osservare non soltanto l’anatomia cerebrale, ma anche l’attività epilettica. Si tratta ancora di strumenti da ricerca, non di pratica clinica ordinaria, ma aiutano a comprendere quanto l’epilessia sia una malattia dinamica e complessa.
Aspetti meno discussi dell’epilessia canina
Quando si parla di epilessia sui social o nei gruppi di proprietari, la discussione tende a concentrarsi sui farmaci, sulla paura delle crisi e sulla gestione dell’emergenza. Sono aspetti fondamentali, ma non esauriscono il problema. Negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a esplorare aree meno note, ma potenzialmente molto importanti: neuroinfiammazione, immunità, microbiota intestinale, biomarcatori e rischio di morte improvvisa correlata all’epilessia.
Neuroinfiammazione e possibile componente autoimmune
Per molto tempo l’epilessia idiopatica è stata considerata quasi esclusivamente come un disturbo dell’eccitabilità elettrica del cervello. Oggi sappiamo che, almeno in una sottopopolazione di cani, può esistere anche una componente infiammatoria o immunitaria del sistema nervoso centrale.
In alcuni cani con epilessia idiopatica sono state riscontrate bande oligoclonali di IgG nel liquido cerebrospinale. Questo reperto indica una produzione anticorpale intratecale, cioè all’interno del sistema nervoso centrale, ed è considerato un segnale di neuroinfiammazione. In questo sottogruppo, gli Australian Shepherd risultano sovra-rappresentati in alcuni studi.
Altri lavori hanno evidenziato, in determinati cani epilettici, una risposta immunitaria mediata da cellule Th17, simile a quella osservata in alcune encefaliti autoimmuni umane. Questo non significa che tutti i cani con epilessia idiopatica abbiano una malattia autoimmune, né che debbano ricevere immunosoppressori. Significa però che, nei casi complessi o farmacoresistenti, può essere utile discutere con un neurologo veterinario anche il possibile ruolo della neuroinfiammazione.
Attenzione alla terapia: corticosteroidi e farmaci immunosoppressori non sono una terapia “standard” per tutti i cani epilettici. Possono avere senso solo in casi selezionati, dopo un percorso diagnostico specialistico e quando il neurologo ritiene plausibile una componente infiammatoria o immunomediata.
Microbiota intestinale e asse intestino-cervello
Un altro filone di ricerca in rapida crescita riguarda il microbiota intestinale. L’asse intestino-cervello è l’insieme delle comunicazioni tra flora batterica intestinale, sistema immunitario, metabolismo e sistema nervoso. Nell’uomo è studiato da anni, ma anche in medicina veterinaria iniziano a emergere dati interessanti.
In diversi studi, i cani con epilessia idiopatica hanno mostrato alterazioni del microbiota fecale, con minore diversità batterica, riduzione di popolazioni considerate benefiche e aumento di specie opportuniste. Analisi combinate di microbiota e metaboliti suggeriscono inoltre possibili alterazioni in vie legate a istamina, triptofano e altri mediatori che potrebbero influenzare l’eccitabilità neuronale o la risposta ai farmaci.
Alcuni studi di intervento hanno valutato l’uso di probiotici, in particolare ceppi di Lactobacillus, in cani epilettici già trattati con farmaci standard. Alcuni risultati preliminari indicano una possibile riduzione del numero di crisi o dei giorni con crisi nel gruppo trattato rispetto ai controlli.
Questi dati sono interessanti, ma vanno interpretati con prudenza. Le casistiche sono ancora piccole, gli studi non sono tutti concordi e non esiste oggi una “cura dell’epilessia con i probiotici”. Il microbiota può diventare un’area di supporto e di ricerca, non un’alternativa ai farmaci antiepilettici prescritti dal veterinario.
Nota pratica: se si vuole esplorare il ruolo di dieta, probiotici o supporto intestinale in un cane epilettico, è meglio farlo con il veterinario. Alcuni integratori possono interferire con il metabolismo dei farmaci o avere effetti neurologici non trascurabili.
Biomarcatori nel sangue e geni di rischio
Un’altra direzione della ricerca riguarda i biomarcatori. L’obiettivo è individuare segnali misurabili nel sangue, nel liquido cerebrospinale o in altri campioni biologici che possano aiutare a distinguere sottotipi di epilessia, prevedere la risposta ai farmaci o identificare cani a rischio.
Studi di trascrittomica su sangue intero di cani epilettici hanno evidenziato pattern di espressione genica diversi rispetto ai controlli, con alterazioni di vie infiammatorie e di segnalazione neuronale. Parallelamente, gli studi genetici su larga scala stanno cercando regioni genomiche associate al rischio di epilessia in diverse razze.
Per ora questi risultati non si traducono in un test semplice e definitivo per il proprietario. Tuttavia indicano la direzione verso cui si sta muovendo la ricerca: non più considerare tutti i cani epilettici come un unico gruppo, ma distinguere sottotipi biologici diversi, che un domani potrebbero richiedere terapie più personalizzate.
SUDEP e morte improvvisa correlata all’epilessia
Nell’uomo si parla di SUDEP, cioè morte improvvisa e inattesa in soggetti con epilessia. Nel cane è stato descritto un fenomeno analogo, indicato come pSUDED, probable sudden unexpected death in dogs with epilepsy.
In studi su ampie casistiche di cani epilettici, una quota dei soggetti deceduti con epilessia idiopatica rientrava nei criteri di morte improvvisa non spiegabile. Il rischio sembra maggiore nei cani con cluster frequenti, crisi tonico-cloniche generalizzate e forme più difficili da controllare.
Questo dato non deve generare panico, ma aiuta a chiarire un punto: l’epilessia non è sempre una malattia “benigna”. Controllare al meglio le crisi, ridurre i cluster e monitorare l’andamento nel tempo non serve solo a migliorare la qualità di vita, ma anche a contenere il rischio di complicanze gravi.
Perché alcuni cani rispondono male ai farmaci
Circa un terzo dei cani con epilessia idiopatica può risultare farmacoresistente, cioè continuare ad avere crisi nonostante una terapia correttamente impostata. Questo non significa che i farmaci siano inutili, ma che in una parte dei cani il controllo completo delle crisi è difficile da ottenere.
La farmacoresistenza può dipendere da diversi fattori:
- over-espressione di trasportatori di farmaci a livello della barriera emato-encefalica, che riducono la quantità di principio attivo realmente disponibile nel cervello;
- alterazioni delle reti neuronali, che rendono i circuiti epilettici più stabili e difficili da modulare;
- predisposizione genetica di razza o di linea;
- presenza di varianti di rischio, come quelle studiate nella regione di ADAM23 o in altri geni candidati;
- possibile componente neuroinfiammatoria in una sottopopolazione di cani;
- interazioni farmacologiche, metabolismo individuale e condizioni cliniche associate.
Nel Pastore Australiano va considerata anche la mutazione MDR1/ABCB1-1Δ, molto importante per la gestione farmacologica generale della razza. MDR1 non è la causa dell’epilessia, ma può complicare la scelta di alcune molecole e va sempre comunicata al veterinario, soprattutto quando si impostano protocolli complessi o terapie associate.
Il ruolo del Diario dell’Epilessia
Il diario delle crisi non è un esercizio ossessivo né una raccolta di dati fine a sé stessa. In neurologia veterinaria, la registrazione precisa delle crisi è uno degli strumenti più utili per capire se la terapia funziona davvero, se la malattia sta cambiando e se esistono pattern individuali che meritano attenzione.
Il proprietario, durante una crisi, vive spesso una sensazione di impotenza. Non sempre può fermare l’episodio, ma può osservare, registrare e riferire. Questi dati, se raccolti bene, permettono al veterinario di prendere decisioni più fondate rispetto a frasi generiche come “mi sembra che le crisi siano aumentate” o “forse dura un po’ di più”.
Nel Diario dell’Epilessia nel Cane si possono annotare in modo ordinato le informazioni essenziali, così da portarle alle visite e confrontarle nel tempo.
Cosa registrare
Per ogni crisi sarebbe utile annotare:
- data e ora di inizio;
- durata stimata della crisi;
- tipo di crisi osservata;
- eventuale perdita di coscienza;
- movimenti involontari, irrigidimento, caduta, vocalizzazioni o salivazione;
- presenza di crisi focali, come automatismi, sguardo fisso o movimenti localizzati;
- contesto in cui la crisi è avvenuta: sonno, risveglio, esercizio, eccitazione, stress, calore, cambiamenti di routine;
- presenza di cluster, cioè più crisi nell’arco di 24 ore;
- farmaci somministrati e orari di somministrazione;
- eventuali dosi dimenticate, vomito, diarrea o altri eventi che possano aver interferito con l’assorbimento del farmaco;
- effetti collaterali tra una crisi e l’altra;
- fase post-ictale: disorientamento, fame, sete, agitazione, sonnolenza, cecità temporanea o difficoltà motorie.
Questi dati aiutano il veterinario a valutare la frequenza reale delle crisi, la loro durata, l’eventuale comparsa di cluster, la risposta alla terapia e la necessità di modificare dosaggi o farmaci. Negli studi clinici, una riduzione pari o superiore al 50% della frequenza delle crisi viene spesso usata come parametro di risposta terapeutica, ma nella vita reale conta anche la gravità degli episodi, la durata della fase post-ictale e la qualità di vita del cane.
In parole semplici: un diario ben compilato trasforma impressioni sparse in dati clinici. Non sostituisce il veterinario, ma rende la visita più precisa e permette di capire se il cane sta davvero migliorando, peggiorando o cambiando tipo di crisi.
Cosa può fare oggi il proprietario
Chi vive con un cane epilettico non deve diventare neurologo, ma può fare molto per aiutare il veterinario e proteggere il cane. La gestione dell’epilessia è un lavoro di squadra: diagnosi corretta, terapia impostata con criterio, osservazione domestica, controlli periodici e comunicazione chiara.
Lavorare con un veterinario esperto o con un neurologo
Soprattutto in un Pastore Australiano, il quadro può essere complesso. Le linee guida internazionali propongono un percorso diagnostico strutturato, che può includere esami del sangue, visita neurologica, valutazione della storia clinica, risonanza magnetica e, in casi selezionati, analisi del liquido cerebrospinale.
Non tutti i cani epilettici hanno bisogno degli stessi approfondimenti nello stesso momento, ma i casi con esordio atipico, crisi gravi, cluster, status epilepticus, alterazioni neurologiche tra una crisi e l’altra o risposta insufficiente ai farmaci meritano una valutazione specialistica.
Usare il diario anche quando le cose sembrano andare bene
Il diario non serve solo nelle fasi peggiori. È utile anche quando il cane sembra stabile, perché permette di non sottostimare piccoli cambiamenti. Una crisi ogni tanto, una fase post-ictale più lunga, una lieve variazione del comportamento o un episodio focalizzato possono passare inosservati se non vengono annotati.
Portare il diario alle visite consente al veterinario di lavorare su dati concreti. È molto più utile di un ricordo approssimativo, soprattutto quando si devono valutare modifiche terapeutiche o effetti collaterali.
Curare ambiente, routine e sicurezza
Non esistono prove definitive che ogni cane epilettico reagisca allo stesso modo a sonno, stress, luci, alimentazione o attività fisica. Tuttavia molti clinici osservano pattern individuali. Alcuni cani hanno crisi più frequenti in fase di sonno o risveglio, altri dopo periodi di stress intenso, altri ancora in momenti di cambiamento della routine.
Per questo ha senso mantenere una vita regolare, evitando stress gratuiti e garantendo sonno, alimentazione coerente e attività adeguata. In casa è utile ridurre i rischi durante una crisi: scale, spigoli, superfici pericolose e ambienti in cui il cane può farsi male vanno considerati nella gestione quotidiana.
Essere prudenti con integratori e rimedi naturali
Un cane epilettico non dovrebbe ricevere integratori, oli essenziali, prodotti fitoterapici o rimedi naturali senza discuterne con il veterinario. Alcune sostanze possono interferire con il metabolismo dei farmaci antiepilettici, altre possono avere effetti neurologici non banali.
Questo vale anche per probiotici, supporti intestinali o interventi sul microbiota. Il filone di ricerca è interessante, ma al momento va considerato un possibile supporto, non una sostituzione della terapia antiepilettica.
Regola pratica: nei cani epilettici, ogni aggiunta va comunicata al veterinario. Anche un prodotto “naturale” può avere effetti farmacologici, interazioni o conseguenze impreviste.
Cosa sta facendo la ricerca
La ricerca sull’epilessia canina si sta muovendo in più direzioni: genetica, neuroinfiammazione, imaging avanzato, biomarcatori, microbiota e risposta ai farmaci. Non si tratta di curiosità accademiche lontane dalla vita quotidiana, perché molte di queste informazioni potrebbero in futuro migliorare diagnosi, selezione e terapia.
L’Institute of Genetics della Vetsuisse Faculty di Berna, per esempio, raccoglie campioni di sangue da cani epilettici e parenti stretti per futuri studi genetici, in collaborazione con altri gruppi europei. Non si tratta di un singolo studio isolato, ma di una banca di campioni utile per progetti futuri.
Altri gruppi di ricerca hanno identificato geni coinvolti in forme epilettiche di razze diverse, come LGI2, DIRAS1 e varianti metaboliche. Nel complesso, il quadro che emerge è prudente ma chiaro: le forme monogeniche esistono, ma rappresentano solo una parte del problema. Nella maggior parte dei cani, e probabilmente anche nel Pastore Australiano, l’epilessia idiopatica è poligenica, cioè legata alla somma di più fattori genetici e ambientali.
Gli obiettivi realistici della ricerca sono:
- identificare meglio le linee e i soggetti a rischio;
- sviluppare strumenti genetici più affidabili per la selezione;
- distinguere sottotipi biologici di epilessia;
- capire perché alcuni cani rispondono male ai farmaci;
- valutare il ruolo di neuroinfiammazione e microbiota;
- arrivare, nel tempo, a terapie più personalizzate.
Che cosa significa per allevatori e proprietari di Aussie
Per il proprietario, l’epilessia è prima di tutto una malattia da gestire nella vita reale: crisi, farmaci, controlli, ansia, notti difficili, paura dei cluster e decisioni da prendere insieme al veterinario. Per l’allevatore, è anche un tema di responsabilità genetica, raccolta dati e trasparenza.
Nel Pastore Australiano, una gestione matura dell’epilessia dovrebbe includere:
- diagnosi corretta e precoce, evitando di ridurre tutto a “convulsioni” o “stress”;
- coinvolgimento di un neurologo nei casi complessi, resistenti o atipici;
- uso costante di un diario delle crisi;
- comunicazione chiara tra proprietario, veterinario e allevatore;
- attenzione alle linee in cui compaiono casi severi, cluster, status epilepticus o morte precoce;
- raccolta ordinata dei dati sanitari, senza allarmismo ma senza minimizzare.
La difficoltà, come spesso accade nelle malattie di razza complesse, è trovare un equilibrio. Non tutto è genetica, ma la genetica conta. Non ogni crisi rende un cane inadatto a qualunque discorso di linea, ma ignorare i casi ricorrenti sarebbe irresponsabile. Non ogni proprietario deve conoscere la ricerca nei dettagli, ma deve sapere quali segnali riferire e quali dati raccogliere.
Domande frequenti
L’epilessia è sempre ereditaria?
No. Esistono forme strutturali, reattive e idiopatiche. Nell’epilessia idiopatica si sospetta spesso una base genetica, soprattutto in alcune razze, ma non sempre è identificabile un singolo gene responsabile.
L’Australian Shepherd è predisposto?
Sì, il Pastore Australiano è una delle razze in cui l’epilessia idiopatica è documentata e considerata rilevante. Alcuni studi descrivono nella razza forme anche severe, con cluster, status epilepticus e risposta farmacologica talvolta difficile.
Una crisi isolata significa epilessia?
Non necessariamente. Per parlare di epilessia servono crisi ricorrenti e non provocate, e va esclusa la presenza di cause reattive o strutturali. Una singola crisi richiede comunque una valutazione veterinaria, soprattutto se è lunga, grave o associata ad altri sintomi.
Il diario delle crisi serve davvero?
Sì. È uno degli strumenti più utili nella gestione pratica dell’epilessia. Permette di valutare frequenza, durata, cluster, risposta ai farmaci, effetti collaterali e possibili pattern individuali.
I probiotici possono curare l’epilessia?
No. Alcuni studi stanno esplorando il ruolo del microbiota e di alcuni probiotici come possibile supporto, ma non esiste oggi una cura dell’epilessia basata sui probiotici. I farmaci antiepilettici prescritti dal veterinario non devono essere sospesi o sostituiti senza indicazione specialistica.
MDR1 causa epilessia?
No. La mutazione MDR1/ABCB1-1Δ non è considerata la causa dell’epilessia. Tuttavia può essere importante nella gestione farmacologica di un cane, perché influenza la sensibilità ad alcune molecole e deve essere comunicata al veterinario.
Quando è opportuno rivolgersi a un neurologo?
È particolarmente consigliabile quando le crisi iniziano in modo atipico, sono molto frequenti, compaiono cluster, si verifica status epilepticus, il cane presenta alterazioni neurologiche tra una crisi e l’altra, oppure la risposta alla terapia è insufficiente.
Prendi e porta con te: l’epilessia nel Pastore Australiano non va ridotta alla singola crisi convulsiva. È una malattia neurologica complessa, in cui contano diagnosi, terapia, genetica, risposta individuale ai farmaci, raccolta dati e qualità di vita. Il proprietario non deve sostituirsi al veterinario, ma può fare una cosa fondamentale: osservare bene, registrare con costanza e portare al neurologo informazioni precise.
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